– «Ciao Roberto, allora ci vediamo tra un paio di giorni».
– «Tranquilla, ho già la prenotazione e ancora due tamponi nell’abbonamento!».

E poco dopo:
– «Buongiorno Miriam, oggi come va?».
– «Bene dai, anche se fa due palle venire sempre qua ogni due giorni».

E fuori, in coda: «Eh, tutto perché alla televisione ci fanno terrorismo!»
E la dottoressa da dentro il gazebo bianco: «Ma se poi lo mettono con validità giornaliera voi come fate? Resistete?»
Sguardi tra gli astanti. Compiaciuti. E la prima che risponde: «Quelli come noi non mollano mai!»

Ecco uno dei teatri delle “tamponerie” di questo autunno 2021. Tamponerie come pizzerie, come forni, come barbieri, come edicole. Dove i clienti affezionati si conoscono, discorrono, fanno battute, sanno le procedure. Tanto che ormai nessuno le spiega più, neppure a chi si trova, preoccupato, a dover passare di lì per la prima volta.

«Che prende stamattina signora? I soliti due panini e la schiacciata?».
Ecco cosa viene da pensare a guardarli, con il loro numerino in mano, preso da un rotolo appoggiato, in malo modo, su un tavolino di plastica pieghevole, assiepati ai gazebo in strada davanti alle farmacie.
Ma anche nei piazzali-parcheggio accanto agli impianti sportivi di periferia, in zone industriali un po’ degradate. Quei parcheggi che nei giorni al di fuori del calendario dagli appuntamenti sportivi, erano meta soltanto di piloti col foglio rosa o clienti attempati in cerca di prostitute.

Invece ora ci si ritrova, senza tanta attenzione per la mascherina o la distanza, e si parla con naturalezza dell’app del ministero per scaricare i green pass volanti. Tutti lì, come pecore al pascolo, davanti a un’auto con il baule aperto. Sulla cappelliera un pos per pagare. Neppure un gazebo, ma una sedia “svedese” in legno davanti al solito tavolino in plastica dei numeri, dove si appoggia l’occorrente per i tamponi rapidi. Neppure un paravento, figuriamoci un gazebo. Quelli in “coda disordinata” a guardare. Via via si siedono, aprono la bocca, porgono le narici e si fanno tamponare sotto gli sguardi impazienti di chi deve andare al lavoro e senza quel messaggio sul telefono non lo può fare. L’alternativa sarebbe vaccinarsi.

Nonostante sarebbe normale provarla, non si prova neppure rabbia, se non per quello che alcuni dicono. Si prova tristezza e anche un po’ di disgusto.

Sembrerebbe facile, ma c’è qualcosa nell’orgoglio, nella testa di queste persone, che impedisce di fare una scelta diversa. C’è un meccanismo che fa pensare che per combattere “lo strapotere delle industrie farmaceutiche” sia più facile pagare 15 euro (magari 10 con l’abbonamento) ogni due giorni, per un tampone prodotto dalla ricerca di una “Hangzhou Clongene Biotech Co. Ltd” qualunque (per dire un nome che appare sul messaggio del green pass volante da tampone rapido).

Quei 15 euro lottano duramente contro “la dittatura che ha inventato il Covid”. Quella “dittatura” assoluta che permette anche a loro di manifestare liberamente senza mascherina in 4.000 in un circo qualsiasi. Quello Stato “padrone”, in realtà troppo morbido, al punto da lasciarli aggredire liberamente chi non la pensa come loro, anche i giornalisti, anche chi fa il proprio lavoro per raccontare questo spaccato di mondo dell’autunno 2021.

Quella “dittatura” che regala ancora la libertà di regalare soldi in tamponi delle industrie farmaceutiche, invece di farsi fare una puntura e mettere più in sicurezza tutti. Non solo loro.

Allora torno a pensare che il problema davvero non è il TUTTI. Torno a pensare che il problema è l’egoismo di chi non vuol fare battaglie per tutti, ma sentirsi più furbo, più intelligente, più forte. Anche se inesorabilmente quei sedicenti furbi, intelligenti, forti, sono una micro-minoranza nel Paese. Una minoranza molto pericolosa per tutti. Ma essere “pericolosi” probabilmente li compiace. E così via…

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