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Il vaccino anti-Covid sta diventando una “moneta di scambio”, soprattutto in Oriente, per aiutare le diplomazie di Cina e India a influenzare o rafforzare i rapporti (soprattutto commerciali) con molti Paesi più in difficoltà. In alcuni casi, inviando dosi all’estero nonostante i bisogni urgenti delle proprie popolazioni.

Il Serum Institute of India, la più grande fabbrica di vaccini del mondo, produce 2,5 milioni di dosi al giorno del vaccino AstraZeneca-Oxford e una parte vengono distribuite gratuitamente al di fuori del Paese: in Bangladesh, Myanmar, Maldive, Seychelles e Afghanistan arrivano per via aerea forniture in regalo, ma anche in Brasile o Marocco.

In Nepal o in Sri Lanka, dove si combattono battaglie diplomatiche tra Cina e India, arrivano forniture da entrambi i colossi asiatici. Il sudest asiatico sembra dominato dalla Cina: domenica scorsa sono arrivati a Phnom Penh in Cambogia 600.000 dosi.

Anche gli Emirati Arabi, che sono secondi solo a Israele e Gibilterra per la percentuale di cittadini vaccinati, donano vaccini Sinopharm di fabbricazione cinese, ma anche Pfizer e AstraZeneca-Oxford, a Egitto, Seychelles e Malesia (uno dei maggiori partner commerciali degli Emirati).

A volte addirittura cercando di forzare la titubanza dei responsabili sanitari dei vari Paesi, che richiedono maggiori dati per valutare la reale efficacia delle dosi in arrivo.

Tutto questo mentre l’OMS ha provato ad avvertire sul rischio di un “catastrofico fallimento morale” della distribuzione dei vaccini nel mondo. (fonte: New York Times)

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