«Ma guardiamoci dal dipingere la storia politica di Berlinguer come una sorta di marcia trionfale, circondata dal rispetto e dalla venerazione. Egli in realtà fu ferocemente criticato, oltre che per l’idea dell’austerità, anche per il fatto che negli ultimi anni era venuto affermando, con sempre maggiore intensità, la diversità dei comunisti italiani. Diversità, si badi bene, sia dagli altri partiti comunisti, sia dalle principali forze politiche, in nome della questione morale.

Egli fu anche dileggiato, si parlò di lui, persino, come di un frate zoccolante, per questa sua intensa tensione moralizzatrice. In realtà, se pensiamo a quanto è avvenuto nel decennio successivo, si trattava di una geniale intuizione. E al tempo stesso era la spia di un travaglio, intorno all’idea di declino del Pci e intorno a quale fisionomia dovesse avere la politica dell’alternativa, a cui si collegava la centralità della questione morale, la riforma della politica, e il primato dei programmi sugli schieramenti, a partire dalla peculiare sensibilità per la “rivoluzione femminile”.»

(Achille Occhetto, editoriale su l’Unità, 11 giugno 1994, decennale della scomparsa di Enrico Berlinguer)

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