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Mozilla Foundation ha pubblicato per la prima volta il suo report sullo stato di salute del Web. Dalla ricerca emergono aspetti positivi, ma anche molte preoccupazioni per il futuro

La fondazione Mozilla, famosa per sviluppare il browser gratuito Firefox, è – come si legge sul suo sito internet – “una comunità internazionale di appassionati di tecnologia, di pensatori e di creatori che collaborano per mantenere il Web vivo e accessibile, in modo che tutte le persone nel mondo possano contribuire in modo informato e diventare creatori del Web. Crediamo che questo sforzo di collaborazione personale attraverso una piattaforma aperta sia essenziale per la crescita di ciascuno di noi e per il futuro della collettività”.
Il 10 aprile ha pubblicato online The Internet Health Report, il suo primo studio in cui si analizza lo stato di salute del web. L’obiettivo della pubblicazione non è – o almeno non solo – di dare una valutazione sulla qualità di internet oggi, ma di cercare di approfondire questioni come privacy, sicurezza e comportamento dei colossi (informatici e non) che vi operano sopra.
Una delle prime cose che si legge nel rapporto riguarda proprio la privacy: “da qualche parte in Vietnam, un uomo sta cercando una scatola da scarpe in un magazzino, una donna sta tagliando il pane in Argentina e un bambino si siede irrequieto sul grembo di sua madre in una sala d’aspetto di una farmacia francese. Una mucca viene munta in Germania”. Cosa accomuna tutti questi soggetti?
Tutti “sono stati filmati da telecamere di sicurezza non protette. Sicuramente non sanno che possono essere guardati da chiunque cerchi ‘insecure cameras’ su internet”. Chiunque installi una telecamera può infatti scegliere di limitare l’accesso con una password, ma se non lo fa le telecamere non protette restano lì: trasmette liberamente in rete. Non sono state “hackerate”, sono visibili da tutti.
Ecco un esempio di quello che è il rapporto della Mozilla Foundation. Ed è solo l’inizio…
Un’altra questione analizzata è quella dei dati. Nelle ultime settimane il valore delle informazioni sugli utenti è balzato agli onori della cronaca per la vicenda di Cambridge Analytica e la possibile profilazione degli utenti di Facebook a fini elettorali e non solo. Dopo l’audizione di Mark Zuckerberg al Congresso Usa: (che ammette: ‘Non abbiamo fatto abbastanza”) tutto il mondo ha visto in diretta tv a cosa può portare la bramosia di dati (e del denaro e del potere che ne scaturiscono), mentre ormai da anni queste pratiche sembrano all’ordine del giorno.
Già da una ricerca del 2015 era emerso che “Il 91% degli intervistati adulti concorda che ormai i consumatori non hanno più controllo sulle informazioni personali sono raccolte e utilizzate dalle aziende”. (Fonte: Pew Research Center, maggio 2015)
Per questa vicenda Facebook ha aperto anche una pagina dal titolo “Come posso sapere se le mie informazioni sono state condivise con Cambridge Analytica?”, dove si spiega agli utenti come verificare se possono essere stati coinvolti.
Si legge sulla pagina Facebook:

Di recente, abbiamo fornito informazioni su un possibile uso improprio dei tuoi dati su Facebook da parte di app e siti web. Abbiamo anche condiviso le misure che stiamo prendendo per evitare il verificarsi di eventi del genere in futuro. Leggi di seguito per sapere se le tue informazioni sono state condivise con Cambridge Analytica tramite l’app “This Is Your Digital Life”.

Le mie informazioni sono state condivise? In base ai dati a nostra disposizione, né tu né o tuoi amici avete effettuato l’accesso a “This Is Your Digital Life”. Di conseguenza, non ci risulta che le tue informazioni di Facebook siano state condivise con Cambridge Analytica tramite “This Is Your Digital Life”.

Nel rapporto di Mozilla si parla anche delle ormai note “fake news”. La platea di attori che creano false notizie da diffondere in rete va dal “delinquente” al semplice opportunista, con obiettivi di visibilità ristretti o globali. E le persone che fanno il gioco dei “mistificatori” condividendo le “fake news” sui social o diffondendole tramite i programmi di messaggistica più in uso (rendendo di fatto inutili programmi di spam che le inoltrino tramite email) non hanno caratteristiche uniformi.
Tutti possono essere facilmente ingannabili, anche se i più inclini sono i soggetti più radicali ed estremisti, vittime della loro indignazione (a volte più che motivata) e ormai raramente lucidi e privi della voglia anche di approfondire quello che stanno per diffondere, prendendo “per oro colato” tutto quello che è denuncia o motivo di scandalo.
Insomma, un rapporto molto preoccupante, ma che tuttavia non è solo portatore di brutte notizie.
Mozilla evidenzia come negli ultimi anni il livello di sicurezza durante la navigazione sia molto migliorato. Il rapporto cita il traffico generato sul browser Firefox e il dato che emerge fa bene sperare: il 70% dei dati trasmessi durante la navigazione proviene da pagine web crittografie HTTPS.
L’HTTPS è un protocollo (evoluzione del meglio conosciuto “http”) che fornisce fornisce una cifratura bidirezionale delle comunicazioni tra il sito e l’utente che sta navigando, dando maggiore protezione dall’intercettazione – da parte di soggetti terzi – dei dati scambiati.
Un altro capitolo per certi versi positivo è quello legato all’accessibilità alla rete: metà della popolazione mondiale è ormai connessa. Un altro chiaro esempio dell’abbattimento delle frontiere della comunicazione, per cui la fondazione Mozilla ritiene che sia necessario favorire un’ulteriore crescita del dato, consentendo anche a un sempre maggior numero di persone l’accesso alla rete. Se si considera infatti che al giorno d’oggi Internet è fondamentale per lo sviluppo economico, c’è urgenza di migliorare “la convenienza, l’accessibilità e la qualità per le popolazioni che ne hanno più bisogno”.
La diffusione delle comunicazione subisce anche degli stop proprio per i vantaggi che può dare. Nel 2017 ci sono stati almeno 104 blocchi della rete in 20 paesi, blocchi che vanno da poche ore a mesi (la fonte è il team #KeepItOn di Access Now, che analizza questi blocchi nel mondo).
Le giustificazioni per gli stop alla rete variano, ma è evidente come spesso siano usati come strumento di controllo e oppressione dalle autorità dei paesi, ad esempio per mettere a tacere le voci dell’opposizione durante proteste per la violazione dei diritti civili o durante le campagne elettorali.
Insomma, c’è veramente tanto nel rapporto. E c’è anche spazio per alcune curiosità, come la classifica delle 50 password usate più comunemente (ancora???) da utenti un po’ sprovveduti.
Ecco le prime dieci:

  1. 123456
  2. password
  3. 12345678
  4. qwerty
  5. 123456789
  6. 12345
  7. 1234
  8. 111111
  9. 1234567
  10. dragon

E con questo si può anche chiudere.


“The Internet Health Report” è scaricabile gratuitamente (in lingua inglese) da qui.

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